IL PURO SOGGETTO VISTO

«L’ultima personale di Alessandro Finocchiaro prima di questa mostra (a Modica, presso la Galleria Lo Magno, nel 2009) è stata l’occasione per conoscerne il lavoro. Ricordo che rimasi impressionato dalla qualità dei dipinti, da cui trapelava una ricerca matura e consapevole. Si respirava, in quei paesaggi, in quegli interni, in quelle nature morte un’atmosfera carica di umori. Era insomma evidente come l’artista non si fosse fermato alle pendici dell’Etna (da cui pure aveva tratto linfa vitale: si pensi a certi impasti che richiamano, ai suoi esordi, la materia concreta e spugnosa come lava rappresa del conterraneo Piero Zuccaro) ma avesse ricambiato lo sguardo che Nicolas de Staël rivolse alla Sicilia, soffermandosi, all’opposto, su luoghi anonimi e brumosi, ma con la stessa bruciante aspirazione di dipingere in un modo solo suo; aspirazione direttamente proporzionale a una vasta cultura, con la conseguente indesiderata quanto ineludibile – uso parole di Harold Bloom – “angoscia dell’influenza”: il sentimento di chi sa che tutto è stato dipinto e che l’unica originalità praticabile risiede nel percorrere all’indietro, come asseriva Picasso, il cammino dell’arte. Un cammino accidentato, anzi un filo teso tra entusiasmo e disperazione, forza e fragilità, scoramento e volontà di proseguire con un unico punto fermo: la verità nella pittura, l’essere sempre «né troppo vicino, né troppo lontano dal soggetto». Non era lontano, Alessandro, neppure dalla dedizione lenta e silenziosa di un altro gigante come Giorgio Morandi, fermo restando che il parallelismo non vale per lo stile quanto per il metodo, manifestando i suoi dipinti una tecnica all’apparenza poco ricercata, se non rapida e sommaria: larghe e dense pennellate, un disegno appena abbozzato che sfuma, a parte qualche dettaglio in vista per i colori sgargianti o a rilievo, su uno sfondo monocromo e avvolgente. Mancano, questo sì, riferimenti concettuali che non rimandino a qualche forma di emozione o nostalgia. Il pittore si abbevera esclusivamente al pozzo oscuro della memoria individuale. È perciò, come Morandi, uno dei pochi ad aver compreso che l’arte non va confusa con la cronaca e che le buone maniere non cambiano alla velocità con cui accade di sostituire un paio di scarpe o un supporto digitale. Ciò che gli preme, che più lo coinvolge è il puro soggetto visto. E se prima i suoi lavori potevano essere scambiati per variazioni seriali su un tema, oggi ogni quadro deve aprire e chiudere tutto, esaurire, se fosse possibile, l’intenzione di partenza. Certo, all’artista capita talvolta di tornarci su. Mai, però, a scapito di quella scheggia che lo porta alla visione e che forse, come in Tuymans, è «l’elemento di collegamento tra figurazione e astrazione». Alessandro – e questi dipinti in cui si passa in modo repentino da una gamma a l’altra, e da un soggetto all’altro, ne sono la prova – non potrebbe mai essere un pittore solo astratto. È la figurazione che gli dà la possibilità, «come una finestra su un ostacolo tra te e ciò che è raffigurato», di creare quella distanza obiettiva a cui si colloca. E a cui ci invita – per quanto mi riguarda, gliene sono molto grato – a collocarci e ad osservare.

Sta in “Il puro soggetto visto”/Alessandro Finocchiaro. Aurea Phoenix Edizioni.2015

Andrea Guastella