Dipingere una rosa

«Non c’è niente di più difficile per un pittore veramente creativo», diceva Matisse, «del dipingere una rosa, perché prima di tutto deve dimenticarsi di tutte le altre rose che sono state dipinte». Questa preoccupazione – Harold Bloom, in un saggio memorabile, la ha battezzata angoscia dell’influenza – insegue Alessandro Finocchiaro come una sfida. È infatti, la sua, una pittura colta, consapevole dei modelli con cui dialoga, da Morandi a De Staël, e della necessità di superarli in un linguaggio originale. Non, s’intende, proponendo sconvolgenti novità. Ma con un paziente lavoro di identificazione stilistica che, dopo un iniziale approccio materico, ha rivelato una spiccata sensibilità per il colore. Il verde, in particolare, usato in una gamma di sfumature molto vasta e solo talvolta ravvivato da altre tinte, è la cromia dominante dei suoi quadri: a voler credere a Kandinskij, il colore più calmo che esista, che non si muove in nessuna direzione e non ha alcuna punta di gioia, tristezza o passione, che nulla desidera e a nulla aspira. Effettivamente i dipinti di Alessandro sono sospesi in una quiete profonda, rifuggono da ogni afflato sentimentale e quasi invitano a contemplare, più della nitida sembianza delle cose, la loro ombra. Poco importa che i suoi temi preferiti rientrino in quella serie di oggetti – fabbriche, nature morte, interni spogli, condomini – che, di solito, non danno alcun piacere osservandoli dal vero; il godimento estetico è infatti delegato in prima battuta al colore che li interpreta, cito ancora Kandinskij, come il canto sommesso di un violino. E che dire delle ricercatezze dell’artista, di certe paste grigiastre che all’improvviso si accendono di viola o dei valori tattili stimolati dal contrasto tra pennellate plastiche e superfici arricciate, sensibili all’indugio della luce, che, nelle ultime opere, pur non contraddicendo i toni delicati e flebili, sembra recuperino lo spessore degli esordi. Sia come sia: ciascun effetto si consuma sulla tela, senza trucchi o finzioni. E se di fronte, poniamo, a una rosa dipinta da Alessandro si affaccerà alla nostra mente uno strano miscuglio di Tuymans e Fautrier, ricordiamoci che «Stat rosa pristina nomine, nomina nuda tenemus». La rosa prima, l’unica che merita di essere imitata, è un puro nome. Tutto il resto è pittura.

Andrea Guastella

Sta in Andrea Guastella, Viaggio a Sud-Est, Ismeca Libri, Bologna, 2011 (pp 88 - 89)