Le strade perdute della pittura

"L'arte non può rappresentare il contenuto evidente di un'epoca, perché verrebbe a negarsi in un assurdo verismo. L'arte ne esprime invece il fondo storico segreto, nascosto dietro la trama degli avvenimenti", scriveva il critico Giuseppe Marchiori per l'Introduzione alla prima mostra del Fronte Nuovo delle Arti alla Galleria della Spiga nel giugno 1947: così la pittura di Alessandro Finocchiaro è rimeditazione del presente, del tutto contemporanea ma spesso abitata da assenza e silenzio, meditazione e tempo che scorre. Il suo percorso artistico si è recentemente spostato da una pittura rarefatta vicina alla Scuola di Parigi, in cui affioravano colori decantati e più flebili, a una matericità di maggiore spessore i cui soggetti scandiscono con sistematicità intenti rappresentativi del paesaggio anche industriale o archeoindustriale quali le vedute di Marghera, quei luoghi che per altri versi adescarono gli sguardi dei compagni pittori di Marchiori, incentrati su un interesse formalmente postcubista per il concetto della macchina. Le composizioni di Finocchiaro, concepite come narrazioni di un paesaggio affascinante e alieno, iniziate dal cortocircuito visivo creatosi durante un passaggio in treno di quattro anni fa, diventano spazi abitati da ciminiere come cattedrali, senza l'intento della denuncia sociale ma come motivo di pittura in sé, scaturito dal fascino delle forme e dell'atmosfera straniante. La consistenza del colore si coagula in dense pastosità in queste ultime tele e la materia è al tempo stesso per lui un ritorno a un fare precedente, alla sua pittura del biennio 1998-99 sebbene con un diverso rapprendersi della composizione, con un volgere a lavori più vicini all'informale di Morlotti e al senso panico e straziantemente sensibile del paesaggio degli Ultimi Naturalisti di Franco Arcangeli, con composizioni volutamente imprecise e innaturali ma calibrate, quali quelle di Nicolas De Stäel, che peraltro dipinse paesaggi resi con sintetiche contrapposizioni di quella Sicilia che è terramadre di Finocchiaro. Tra l'equilibrismo dei suoi posizionamenti di colore e la progressiva smaterializzazione del visibile emergono le sue frequentazioni di instancabile viandante di mostre. I grigi della natura filtrata dal mezzo fotografico di Gerhard Richter o dello sfondo immoto dei paesaggi di Wolfgang Tillmans rivivono per Finocchiaro anche dall'ispirazione portatagli dalla suggestione dell'immagine in movimento, cinematografica o televisiva, elettrica e transeunte come una visione dal finestrino dell'auto: disposti in variazioni di toni, come in una sonata di Glenn Gould, forse ricordano, ancora un volta, come prescrisse De Stäel che "la vera sfida per un pittore è saper maneggiare i grigi e i bianchi". D'altronde l'idea dello schermo-finestra, dai trattati dell'Alberti alle polaroid di Schifano, investe il senso profondo dell'interrogarsi su un locus non necessariamente amoenus qual è in parte il paesaggio visivo in cui vive Finocchiaro in questo suo lungo "soggiorno al Nord". Ma se nei dipinti realizzati in Veneto L'idea del Nord – per parafrasare il titolo di una delle registrazioni di Gould per i suoi documentari radiofonici – ha portato con sé anche i grigi, sintomi del paesaggio e di una condizione invernale in cui l'elemento solare viene in parte a mancare, essi ora abitano anche certe distese e ritratti d'agavi del sud, dove l'essenza mediterranea e panica si rapprende solo nel senso della sensazione trasmessa. La descrizione del sentimento di paesaggio non ha nulla di en plain air. Il senso del distacco dalla natura e dall'oggetto che gli si erano presentati agli occhi è totalmente compiuto quando dipinge a memoria nel suo studio e l'attività di ricomposizione e trasfigurazione diviene esclusivamente una sovrapposizione mentale, quasi ad esaudire quanto intendeva Ralph Waldo Emerson scrivendo che l'’universo è rappresentato in ognuna delle sue parti nel senso in cui "In Natura ogni cosa racchiude tutto il potere della Natura stessa" e così "Ogni forma nuova ripete non solo il carattere principale della forma originaria, bensì anche parte dopo parte tutti i dettagli". Dipingere diventa di conseguenza un mezzo che porta ad altro, a raffigurare un mondo perduto, attimi in cambiamento, ricordi, elementi della materia che riguardano la memoria, un'interpretazione soggettiva come avviene per le nature morte concepite come grumo di soggetti posti nel senso di deserto della vita quotidiana, come atmosfere catturate da una memoria proustiana in un luogo chiuso, in una recherche di senso e di riappropriazione del dato sensibile del mondo. E' fondamentalmente una ricerca di poesia quella che attraversa i dipinti di Alessandro Finocchiaro, l'atteggiamento fedele dell'incamminarsi sulle "strade perdute della pittura", come Guttuso intitolò il suo testo per Picasso alla Biennale del 1948, su quel continuo imperterrito, tagliente e doloroso, sempre differente sentiero che è l'essere leali e ostinati al dipingere. E nel momento in cui, rivendicando la sua espressione di pittore, il suo gesto si fa meno controllato assecondando la seduzione del materiale-colore in una partitura di timbri più spenti, il senso della composizione ne acquista e si cosparge di toni musicali, portandolo sottovoce quasi vicino a quei valori sentimentali espressi da Birolli nei suoi Taccuini quando appunta che è l'uso dei colori a condurre il canto sotterraneo del senso della sua ricerca pittorica ed esistenziale, rivelando la sua sensazione di compimento dopo aver posto sulla tela uno spessore di terra d'ombra naturale velato col viola che pareva "una muffa d'un muro, un paesaggio di valori nascosti. Come quando si cerca per sapere".

Stefania Portinari

catalogo - Manodoperaartecontemporanea, Bagheria (Pa) 2008

(mostra Galleria Lo Magno Arte Contemporanea, Modica, genn-febbr.2009)