Al confronto di quelli degli anni scorsi questi dipinti di Finocchiaro non pongono questioni nuove, piuttosto sottili elaborazioni e approfondimenti, lenti, se si vuole, ma consapevoli e sicuri.
Il suo caso si fa (non è il solo) sempre più isolato nel panorama che ci circonda. Peraltro, a differenza di quanto avveniva ancora cinquanta o sessant’anni fa, l’isolamento è ora una sorta di condicio sine qua non ; perché se è vero che contesto culturale o riconoscibilità d’intenti comuni hanno sempre caratterizzato la vita dell’arte, oggi – proprio in clima di novità – il rischio dilagante, anzi ormai generale, è quello della trovata, al cui interno non c’è variazione che non riscatti la banalità.
Finocchiaro appartiene a un filone di ricerca sottile, tenace e fortemente minoritario (nessuno del resto, novatore che sia, parte da zero, e Finocchiaro si propone di scavare, non d’innovare).
Più volte, a ragione, parlando di lui s’è fatto (statura a parte) il nome di Morandi, per indicare un modo di affrontare la realtà che scavalca a piè pari il racconto e scava, appunto, nella carne stessa della realtà – fatta pittura.
Questo era tipico del bolognese, a quella straordinaria altezza che cattura al solo ricordarne il nome. Quel modo di macerare la materia pittorica, di sondarne gli umori, le variazioni sottili, di lambirne o manipolarne le paste è anche di Finocchiaro (nato tre anni dopo la morte di Morandi), il cui mondo tuttavia è diverso non soltanto per ragioni d’età.
Se l’amore per quel maestro è palese, ma personalizzato, rivissuto, più segreta è invece la lezione di altri pittori contemporanei, larvale ma anch’essa utilmente assimilata : da de Stael a Fautrier, allargando con discrezione nell’area francese.
Con discrezione appunto, perché l’attaccamento del Nostro alla realtà (della natura non meno che dell’anima, dei luoghi dove s’è posato il suo occhio incantato come dell’emozione che ne è scaturita) resta il binario da cui egli non deflette.
Esempi eccellenti tra i quadri esposti sono tra gli altri Rose sul muro, Trieste, Due alberi.
Delle cose viste non resta che l’eco, ma dolce, anzi dolcemente malinconica, fatta morbidezza di pennellata, calore di un’ocra che riverbera un ultimo chiarore, di un bianco che traluce.
O le rose sul muro, impronta di un sorriso ormai spento. Non turbi l’inclinazione sentimentale, Finocchiaro non v’indulge, tutt’altro.
Piuttosto potrebbe sorprendere la scelta dei soggetti, che vanno dalle rose citate alle ciminiere di Marghera, dal baluginare rosato del tramonto ai grigi nebbiosi e insalubri degli scarichi industriali.
Ma la risposta è nei fatti, che sono squisitezza di pittura, pudore nell’accostarla con amore, visione cocente – venati certo di non sai qual mestizia di fondo : apprezzabile oggi come mai, e in Finocchiaro così spesso incantevole.


Guido Giuffrè, marzo 2007

catalogo - Tip. Stocco, Castelfranco(Tv)2007,
(mostra Galleria Andrè, Roma, aprile 2007)