“Quel che mi duole non è / ciò che esiste nel cuore, / ma sono quelle cose belle / che mai esisteranno… / Sono le forme senza forma / che passano senza che il dolore / le possa conoscere o sognarle l’amore.”

I chiari cieli tristi di Alessandro Finocchiaro; il suo tutto pittorico che è quasi nulla, e viceversa; le sue sensazioni cromatiche informi, mi richiamano alla memoria la pacata tristezza, la vaga “saudade” di questi pochi versi pessoiani.

Ma c’è dell’altro nella pittura di questo giovane artista acese che rimanda alla poetica dello scrittore portoghese : è il suo atteggiamento, oserei chiamarlo, ossimorico di guardare la realtà; quel suo sguardo elegiaco e distanziato, abdicante e straziante nella sua purezza estraniata. Purezza d’immagine improntata a un rigore dal tono giansenistico, dall’estetica del togliere, che – cinematograficamente parlando, data la cinefilia dell’autore – per la scarnità dell’inquadrature ci fa pensare a un fotogramma di Bresson, ravvivato, però, dalla gentilezza del tocco di un Rohmer. Quella di Finocchiaro è pittura antinarrativa, delle inazioni; pittura del non detto, dell’inespresso e dell’inesprimibile. Pittura carica di echi, di evocazioni. Di orizzonti di luce. Di magmatici silenzi. Un mondo di sensazioni. Non si sa quanto ci sia di sogno o di vita vera : un impasto di sogno e di vita.

Non sapremo mai cosa fa quel Dario in giardino, e da cosa derivi la tristezza di quel Piccolo roseto, che sembra sottratto pari pari alle struggenti pagine del Piccolo Principe di Saint Exupèry. E quella Vecchia ciminiera silente; la solitudine dell’Edificio abbandonato. I ruderi di una Zona industriale, mute sentinelle a piantonare un orizzonte distante, indifferente. Lo “spleen” di un morandiano Vaso con fiori, ripreso con taglio grandangolare.

Ma se da un lato Finocchiaro scarnifica il racconto visivo, dall’altro nutre matericamente i monocromatismi della sua pittura, di matrice morlottiana, ma con evidenti innesti di quella insulare dei Guccione in primis e dei vicini catanesi Puglisi e Zuccaro.

L’artista acese dipinge con elegante e austera secchezza, come se suonasse Satie (d’altronde la musica è il suo primo, antico amore, essendo Finocchiaro diplomato in pianoforte), appropriato leit-motiv di una colonna sonora a una pittura sempre più ricondotta all’essenza.

Sebastiano Gesù

su La Sicilia, gennaio 2003